Cinque Luglio

Finalmente si parte, me ne sono reso conto solo negli ultimi giorni, poi eccoci all’aeroporto di Malpensa in fila per il check-in fra persone del Medio Oriente che tornano a casa. Il nostro unico scalo a Doha è un crocevia per molte destinazioni, il volo è dotato di tutti i comfort possibili: film multilingue, musica selezionabile fra un centinaio di album, ecc.

Nel suo piccolo la Qatar Airways è un simbolo dell’Islam moderato con i suoi schermi che periodicamente indicano la direzione di La Mecca, i menu senza carne di maiale, il vino a richiesta e, se ti vanno, i Nirvana in cuffia.

Ci fermiamo circa 4 ore nell’aeroporto, all’arrivo ci sono 39° ma all’interno del complesso ci vuole la maglia. Molte donne con il chador, alcune con il velo; c’è una sala per la preghiera (solo per uomini). Dentro è moderno e tutto pulito, si vede che il paese economicamente sta bene.

Finalmente arriva il nostro turno, con il mio libro non sono andato molto avanti, nemmeno in aereo va meglio, perché cedo ad un sonno disturbato. Sui video è in corso una serie televisiva indiana.

Mi sveglio e nel cielo c’è già luce, dopo un’ora si vedono le montagne dell’Himalaya e inizia la discesa per Kathmandu.

Le procedure per il visto non sono nemmeno così lunghe anche perché questa è la stagione meno turistica a causa delle piogge monsoniche. Un po’ di apprensione per sapere se le nostre valigie ci hanno effettivamente seguito, poi riusciamo ad uscire e subito troviamo padre Vincent ad aspettarci.

Due ragazzi fanno credere di essere con lui e ci portano la valigia fino alla macchina, comincia così il nostro ruolo di turistioccidentali.

L’impatto con la strada è pazzesco: guida a sinistra, taxi-moto-camion in un continuo suono di claxon, gente che supera da tutte le parti facendo invasione di corsia; non sono mai stato fuori dall’Europa e credo che qui non sia molto differente da altre città asiatiche.

Nelle intenzioni, la Ring Road dovrebbe essere una tangenziale che ruota attorno alla città, invece per 2,5 milioni di abitanti c’è a disposizione solo una specie di statalona sulla quale non di rado si trovano anche le mucche che circolano liberamente per la carreggiata … o che si siedono sulla linea di mezzeria!

Usciamo ancora per qualche kilometro e iniziano le risaie verdissime, poi imbocchiamo una stradina sterrata ed entriamo nel cortile della scuola.

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E’ piuttosto grande e accanto ha un cantiere per la costruzione di un’altra ala; attualmente ci sono 470 studenti, una parte di questi è raccolta da tre scuolabus che partono verso le direzioni principali, chi non abita in una zona dotata di strada asfaltata se la fa a piedi (45 minuti o un’ora).

Padre Vincent recluta due volontari per aiutarci con le valigie perché le nostre camere sono al quarto piano; non ci possiamo di certo lamentare: i letti hanno un baldacchino da cui pende una zanzariera che ingabbia tutto (già mi piace viste le risaie circostanti), in camera c’è un ventilatore a soffitto e inoltre abbiamo anche un bagno dedicato, con la doccia.

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Disfiamo sommariamente le valigie e ci mettiamo a domire.

La scuola inizia alle 9.30 con una preghiera interreligiosa (l’80% degli studenti è hindu) e termina alle 15.30, per chi vuole c’è la possibilità di fare i compiti fino alle 17.30. Quest’ultima è un’opportunità molto importante perché molte famiglie vivono in un locale unico, quindi per i ragazzi sarebbe difficilissimo studiare una volta tornati a casa.

Nella scuola ci sono anche trenta ragazzi interni: sono quelli che abitano troppo distante (per intenderci un giorno di bus e due di cammino) oppure che hanno situazioni famigliari difficili (i genitori si sono divisi e hanno abbandonato i figli).

Guardiamo i ragazzi giocare, si va dai bambini piccoli del Low Kindergarden (tre anni) ai ragazzi di sedici anni della classe X. Le quattro altalene (ping) sono prese d’assalto senza distinzione di età.

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Nel tardo pomeriggio ci spostiamo nella scuola tenuta dalle suore di Mary Ward, sono circa dieci minuti a piedi passando vicino al paese di Lubhu e anche qui ci sono ragazzi seguiti dal progetto di adozione a distanza; visivamente è molto diversa da quella dei salesiani perché è distribuita su più edifici bassi, è gestita da quattro suore, la superiora veste un sari beige, ed è tutto molto curato e pulito.

La collaborazione è molto stretta con i salesiani che hanno organizzato il compiti pomeridiani anche di questa scuola.

Padre Vincent ha alloggiato in questo complesso per un anno in attesa che la scuola Don Bosco fosse finita e ogni giorno lui o padre John (l’altro salesiano) vengono a dire Messa nella cappellina di questo istituto, qui sono presenti una ventina di ragazze interne.

A Mary Ward ha studiato Reshma (la nostra bambina), ma attualmente ha cambiato scuola; qui è rimasta la sorella con cui padre Vincent prende accordi perché la faccia passare da noi domani prima delle lezioni.

Per il ritorno facciamo una strada differente, tutta su sterrato. Passiamo accanto ad una fabbrica di mattoni con una ciminiera enorme, qui non è una cosa tanto particolare: dal terrazzo della scuola se ne vedono almeno quattro.

Nel ruscello che corre accanto all’istituto la gente del posto fa il bucato, si lava e crema i propri morti. Una pira era presente fino a qualche anno fa proprio dove ora ci sono i cancelli della scuola, padre Vincent è risucito a concordare con la popolazione di spostare il luogo di cremazione una quarantina di metri più a valle.

Alle 19.30 c’è la Messa con i ragazzi, in realtà sarebbe prevista per le 7.00 del mattino, ma il nostro arrivo ha impedito a padre Vincent di celebrarla.

Le parti della Messa sono in inglese, purtroppo per noi le letture sono in nepalese … Si sta tutti seduti a terra su un tappeto, ad eccezione del momento della consacrazione in cui si sta in ginocchio, ma soprattutto il gesto della pace non è la classica stretta di mano alla occidentale, ma il saluto nepalese a mani giunte! (come è ovvio che sia).

A cena conosciamo meglio padre John (magriiiissimo) e padre Benjamin, quest’ultimo è il salesiano che opera nel secondo centro, a Techoo. Per il momento lì l’attività principale è di oratorio e doposcuola, ma è già stato acquistato il terreno per costruire una scuola professionale da, neanche a dirlo, 3000 studenti.

Padre Benjamin insegna all’istituto Don Bosco fino alle 15.30 poi inforca la sua moto per spostarsi dall’altra parte dove resta anche a dormire.

Il cibo è costituito da vari tipi di verdure in padella con l’aggiunta di spezie, fortunatamente credo che padre Vincent abbia dato disposizione al cuoco perchè tenga la mano leggera per quanto riguarda il piccante infatti non ho nessun problema; oltre a questo non manca il riso basmati di accompagnamento che, grazie al suo sapore neutro, è proprio adatto.

Dopo cena scambiamo ancora due chiacchiere e poi andiamo a nanna.

Sei Luglio

Ci svegliamo alle 6.30 per poter partecipare alla Messa con i ragazzi, verso le 8.30 facciamo colazione solo con padre John perché padre Vincent sta combattendo con il sito del ministero per vedere gli esiti degli esami statali di informatica.

Circa mezz’ora dopo torna senza la preziosa informazione e ci comunica il programma della giornata: alle 10.00 partenza per visitare Bakthapur, ritorno a scuola verso le 13.00. Nel frattempo Reshma è arrivata nel suo ufficio e possiamo vederla.

E’ tutto troppo difficile: padre Vincent è stato chiamato altrove, lei pensava di dover parlare con lui, si vede questi due sconosciuti e non sa cosa vogliono … o magari sono lì perchè ha combinato qualcosa … D’altra parte anche noi non sappiamo bene cosa dire perché non vogliamo essere qui in veste di salvatori o benefattori …

Alla fine le diamo una busta con un sacchetto di caramelle e una maglietta, lei è magrissima e più piccola di quanto ce la immaginassimo; scambiamo due parole imbarazzate in inglese e poi ci congediamo.

Grazie all’illuminata scelta dei suoi genitori Reshma studia in una scuola a un centinaio di metri dalla nostra, il padrone di questo istituto è il proprietario della fabbrica tessile adiacente … parrà strano, ma qui si può fare anche così.

Partiamo per Bakthapur accompagnati dall’autista che ha finito il suo giro mattutino con i bambini della scuola; appena scendiamo dall’auto veniamo accalappiati da un ragazzo che credevo essere il bigliettaio del parcheggio mentre invece vuole farci da guida; da lì in poi è un delirio di gente che cerca di venderci di tutto o che chiede l’elemosina. Non è raro avere attorno anche tre persone che ti seguono per la strada, alla fine o compri o dai un po’ di soldi per cercare di venirne fuori.

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La guida ci fa passare anche da vari enti convenzionati (esuli tietani, venditori di DVD, ecc.) e non ci risparmia nemmeno la vista del dolore in un cortile pieno di immondizie e gente alle finestre: evidentemente ai turisti piace raccontare di aver visto anche dei poveri in carne e ossa.

Bakthapur è ricca di storia con i suoi palazzi in Durbar Square, ma onestamente non vedo l’ora di andarmene via.

La scuola sembra un’isola felice, inoltre lo studio è davvero l’unica possibilità che i ragazzi hanno per non fare lavori massacranti o chiedere l’elemosina nei posti turistici.

Ci vuole un’ora per riprenderci.

Ieri p. Vincent aveva accennato alla possibilità di affiancarmi all’insegnante di informatica per aiutarlo nel laboratorio, oggi chiedo se ha l’orario delle lezioni, ma sembra lasciar cadere la cosa.

Dopo mezz’ora bussa alla porta della nostra camera: la lezione è appena cominciata al piano di sotto!

Mi presento ad Amil e gli chiedo qual è il programma: la classe IX oggi farà partica con qualche comando DOS; ahimé speravo in qualcosa di più comune invece vedo i giovani informatici cimentarsi con roba tipo ATTRIB … chi era costui ?

Una sbirciata all’insegnante e ci sono anch’io, i minuti passano in fretta ed è già l’ora della classe decima con Excel (ma dalla pronuncia dell’insegnante non l’avevo capito …). L’esercizio in sè non difficile, ma non so bene quali siano le richieste del prof; mi guadagno la pagnotta correggendo un errore strano legato al formato di una cella.

Altra chiamata di soccorso: non funziona il mouse! Faccio uscire il piccolo informatico nepalese dalle due applicazioni aperte, ma la seconda non ne vuole sapere di chiudersi e resta appesa: amico non mi guardare così, qui la colpa non è né mia nè tua, ma di Windows 98!

Alle 17.00 partiamo per vedere l’unica chiesa del Nepal, che poi è anche la cattedrale essendoci un’unica diocesi in tutto il paese.

Per farci prendere coscienza della collocazione geografica della scuola passiamo da Patan compiendo un errore da matita rossa: oggi c’è il mercato e le strade sono zeppe di gente e bancarelle.

E’ il delirio! Più o meno è come pensare di attraversare il mercato di Porta Palazzo con una jeep, roba da far fuori una decina di persone.

Finalmente raggiungiamo la cattedrale che, come gran parte degli edifici cittadini, è fatta in mattoni rossi. Di certo è una costruzione singolare almeno quanto la sua storia: al momento di progettarla il vescovo chiese ai fedeli nepalesi di disegnare la chiesa così come se la immaginavano, a quel punto disse che l’architetto che avesse saputo unire tutte le idee in un disegno unico avrebbe vinto l’appalto.

All’interno non mancano i quadri della vita di Gesù, ma ambientati in Nepal, quindi con pagode e quant’altro … che poi è quanto facciamo anche noi.

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Terminata la visita, padre Vincent ci porta in una pizzeria poco distante, forse intimamente convinto che i nostri apprezzamenti sul cibo nepalese fossero di cortesia. Il locale è davvero carino e addirittura possiede il forno a legna , al momento di prendere posto l’autista si mette in un tavolo a parte; prostestiamo vivacemente perché ci sembra di essere in un film ambientato nell’epoca coloniale e riusciamo a farlo venire al nostro tavolo.

Purtroppo è in evidente disagio e non penso sia per il cibo a cui non è abituato … peccato, non era nostra intenzione metterlo in difficoltà.

Padre Vincent oltre alle pizze (30 cm di diametro, vi assicuro che è un’enormità) ordina un antipasto a base di Momo: somigliano tantissimo a dei tortelloni, sono accompagnati da salsine tipiche e il ripieno può essere a base di carne o verdura. Buonissimi!

Al momento di pagare si scatena una discussione all’ultimo sangue fra p. Vincent e il cameriere perché nella fattura i prezzi sono comprensivi dell’IVA, mentre nella parte riguardante le tasse applicate non è indicato nulla.

Sinceramente avrei lasciato perdere, ma questa truffa fiscale nel giro di dieci minuti ci procura una certa notorietà all’interno del locale …

Sette Luglio

Questa mattina la Messa delle 7.00 è nella cappellina delle suore di Mary Ward, perché anche se è sabato si tratta della celebrazione festiva.

In Nepal lo stato ha posto come unico giorno di riposo settimanale il sabato seguendo le disposizioni hindu (che per altro l’India stessa non ha adottato), la Chiesa locale si è adeguata al calendario civile così si invertono le letture fra i due giorni.

Lungo la strada parlo con un ragazzo indiano che insegna alla scuola Don Bosco, mi chiede dell’Italia, di dove abito, del clima, del calcio … Padre Vincent ci precede in moto con la sua Hero-Honda.

Considerando il posto, la comunità è grande, siamo circa settanta persone compresi diversi bambini anche piuttosto piccoli. La cosa pazzesca è che il classico scalmanato che scorrazza qua e là lo fa comunque in silenzio!

Finita la Messa torniamo a scuola per fare colazione, nel frattempo la coltre di nuvole si è miracolosamente aperta e riusciamo a vedere le montagne!  Il programma della giornata è di partire per Pokhara (si dice pokra) e di pernottare là.

Si tratta di percorrere circa 200 km sull’unica strada che congiunge la capitale a questa cittadina a ovest molto famosa per il suo lago e perché da lì partono tutte le spedizioni dirette verso l’Annapurna.

Ieri è finito uno sciopero per cui oggi la via di uscita dalla città è intasata di camion, ci mettiamo un’ora e quarantacinque minuti per toglierci dal casino (circa il doppio rispetto alla norma); l’aria è irrespirabile. Non stento a credere che Kathmandu sia considerata la città più inquinata del mondo: non ci sono ferriovie, metropolitane o tram, inoltre i mezzi pesanti scaricano nuvole nere nell’aria che letteralmente ingoiano i motociclisti.

E’ un pensiero triste che tutte queste persone siano condannate a respirare questo schifo.

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Il flusso del traffico fortunatamente comicia a scorrere e dopo un’ora raggiungiamo il valico di uscita dalla valle di Kathmandu. Dopo aver pagato il pedaggio proseguiamo in discesa lungo l’unica strada, ogni tanto troviamo qualche camion fermo nella direzione opposta … del resto è normale che la salita mieta numerose vittime fra questi veicoli così vecchi, malandati e stracarichi.

La cosa non proprio normale è la condotta automobilistica sulle strade, tendenzialmente i conducenti sorpassano anche prima delle curve cieche e questo è davvero inquietante.

Come ho già visto nelle risaie attorno alla scuola le persone lavorano nei campi dal primo all’ultimo raggio di luce, la schiena piegata, l’acqua fino alle ginocchia, qui c’è anche un caldo umido e stordente. Mi sento tutto appicicaticcio, passando un dito in faccia è tutto nero.

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Ci fermiamo a mangiare in buon posto a 55 km da Pokhara, fa caldo ma c’è un ventilatore sotto il gazebo di paglia; riusciamo anche a lavarci la faccia in un lavandino, però ci vogliono un sacco di salviette di umidificate per tornare presentabili.

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Durante il tratto finale il cielo si apre nuovamente e riusciamo a vedere una parte del gruppo dell’Annapurna con lo spettacolare monte Fish Tail (coda di pesce).

Arriviamo a Pokhara compiendo il viaggio in circa sei ore; prendiamo camera nell’albergo Holy Shiva (5 € per notte colazione inclusa), è stabilito di riposarsi un po’ dal viaggio, ma vogliamo fare una capatina al lago: gravissimo errore perché fa un caldo allucinante. Non ci resta che tornare in camera e accendere il ventilatore; è incredibile come possano esserci temperatire simili a 800 metri s.l.m, circa 500 meno di Kathmandu.

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Alle 16.30 visitiamo la Devi’s Fall, si tratta di una cascata che si getta in una gola strettissima, Devi è il cognome di due turisti svizzeri che sono morti facendo il bagno nelle sue acque.

Ci spostiamo verso la zona del nuovo aeroporto, a dir la verità è da vent’anni che esiste l’idea di costruirne uno, ma non credo ci sia neppure un progetto. Attualmente ci sono solo un sacco di ragazzi che approfittano del grande spazio a disposizione per farsi una partita di calcio.

Qualche minuto di strada e arriviamo dai Padri del Pilar, padre Vincent li conosce perché la comunità cattolica è molto piccola anche se distribuita su grandi distanze, quindi tutti conoscono tutti e il nostro viaggio è una buona occasione per far loro visita.

I tre religiosi provengono dal sud dell’India, due sono parecchio giovani, il terzo ha una curiosa maglietta della nazionale tedesca di calcio; tutti insieme amministrano una scuola che raccoglie 250 bambini del circondario e nei prossimi cinque anni ipotizzano di avere un migliaio di studenti. Per questo stanno ampliando l’edificio.

Anche qui ci sono alcuni ragazzi interni (solo cinque), i bus per raccogliere gli studenti, un campo da calcio e , nella bella stagione, una vista mozza fiato sull’Annapurna.

Ci offrono di tutto (aranciata, the, arachidi e frutta secca), per quanto possibile cerchiamo di capire i loro discorsi in inglese, ma non ho l’orecchio abbastanza elastico per star dietro anche all’intonazione indiana.

Lasciata la missione andiamo in riva al lago per vedere il panorama nelle ultime ore di luce, evidentemente siamo in un periodo di acqua alta perché il livello è arrivato a mangiarsi anche un paio di parcheggi; pur senza il riflesso dei monti lo scenario è molto suggestivo.

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Tornati in albergo ci facciamo una doccia, poi siamo pronti per la cena in un ristorante in cui gustiamo la birra Nepal Ice (anche se devo riconoscere che la Everest è migliore)!

Facciamo una passeggiata a piedi, in questa stagione Pokhara è decisamente tranquilla, poi arriviamo in camera, accendiamo il ventilatore e andiamo a dormire.

Otto Luglio

Viste le ottime prospettive di ieri decidiamo di tentare la svegliaccia alle 5.00 per vedere l’Annapurna: già dal balcone vedo il Machhapuchhre (detto anche Fish Tail) così proviamo ad andare verso il lago.

Riusciamo a vedere solo qualche pezzetto del gruppo dell’Annapurna perché da quell’angolo le sponde delle colline coprono la visuale, meglio di niente … in realtà è la forma aguzza del Machhapuchhre (quasi settemila metri) che regala le maggiori soddisfazioni.

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Torniamo a dormire, poi facciamo colazione; abbiamo ancora una mezz’ora così facciamo un ultimo giretto nel paese.

Prima di partire definitivamente da Pokhara p. Vincent si è accordato con i padri del Pilar per dire Messa nella casa delle Missionarie della Carità: sono quattro suore contemplative, la casa emana una bella sensazione di serenità.

La cappellina è piccola con un crocefisso e la scritta I thirst (Ho sete), le suore intonano i canti e leggono, la Messa è tutta in inglese.

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Finita la funzione ci offrono un the con i biscotti, parliamo del più e del meno e si vede che sono contente di averci incontrato. E’ stato bello.

Durante la prima ora e mezza di viaggio continuo ad avere sullo stomaco il the delle sisters, la bevanda era davvero forte e la strada tutta a curve, ma stranamente non patisco.

Ci fermiamo per il pranzo circa a metà strada, il posto è davvero imbarazzante perché vanta una piscina da villaggio vacanze e in effetti ci soggiornano turisti benestanti. Poco più in basso una decina di bambini sta facendo il bagno nell’acqua (marrone) del fiume … contrasti.

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Ripartiamo verso le 14.00, in questo secondo tratto … la paura fa 90! Non che il giorno prima non mi fossi spaventato vedendo i sorpassi appena prima delle curve cieche, ma quando non si verificano incidenti si ha l’impressione che tutto sia normale. Oggi invece abbiamo incontrato quattro o cinque mezzi finiti fuori strada o vittime di frontali e tutta la sensazione di invulnerabilità è svanita.

A Patan c’è gran caos per una festa locale, svincolandoci nella morsa de traffico ci fermiamo in un piccolo market dove compriamo l’occorrente per preparare la pasta alla carbonara il giorno successivo.

Oggi è il compleanno di padre Benjamin così i ragazzi interni prima di cena gli dedicano un paio di canti e una mini scenetta tutta in nepali … a giudicare dalle risate sicuramente ben riuscita.

Nove Luglio

Appena prima di colazione ci viene affidato un incarico di responsabilità: capire il funzionamento della lavatrice della casa! Padre Vincent l’ha comprata un mese fa, ma non ha avuto ancora tempo di provarla, d’altro canto la donna delle pulizie è legata al lavaggio tradizionale e non si vuole imbarcare in questa esperienza.

La macchina è decisamente automatizzata e non abbiamo particolari problemi di concetto, però a metà colazione sento un allarme sonoro e libretto delle istruzioni alla mano … non capisco che cavolo si sia intasato. Provo a far ripartire il ciclo per vedere se il problema è vero o una svista; ahimé dopo un paio di minuti siamo daccapo.

Leggendo bene il libretto scopriamo che a differenza di quanto avviene in Europa lo scarico della lavatrice non deve essere più alto di 25 cm da terra, così lo mettiamo il più vicino possibile al sifone di scarico del pavimento. Vittoria!

La visita di oggi è a Pashupatinath,  luogo che sorge lungo il fiume sacro Bagmati in cui vengono cremati i morti hindu. Una volta parcheggiata l’auto ci incamminiamo fra le bancarelle coloratissime di polveri votive, poi, come previsto, comincia il rituale delle richieste dei venditori e delle guide; ne rifiutiamo una, ma un’altra ci si incolla per tutto il tempo.

Sulla sponda del fiume ci sono due aree dedicate alla cremazione in base alla ricchezza del defunto; sullo stesso lato sorge un tempio hindu molto importante; l’accesso ci è interdetto  siccome non apparteniamo a questa religione. Ci spostiamo sulla collinetta di fronte per avere una visuale migliore, qui le scimmie imperversano senza controllo, veramente strano vederle così libere alla pari dei gatti in occidente.

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La sporcizia è di casa, di certo il tipo di offerte alle divinità a base di cibi deperibili non aiuta per niente; in alcuni tempietti in pietra dormono dei santoni, alcuni veri altri … fotogenici.

Lasciamo anche questo luogo, una vecchia chiede l’elemosina, diamo qualche rupia, anche qui abbiamo un certo senso di disagio.

Per raggiungere Bodhnath, la seconda meta della mattina, impieghiamo pochi minuti; l’impatto è incredibile: c’è tranquillità, il maestoso stupa (tempio tibetano) con tutto il suo candore nel riverbero del sole di mezzogiorno, mi lascia quasi stordito.

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Lungo il profilo periferico sono situate le ruote di preghiera che vengono fatte girare dai fedeli buddisti con la mano, il percorso deve essere compiuto in senso orario. Vista la grandezza della struttura è possibile salire su un livello sopraelevato, questi templi non hanno un interno; le bandierine di preghiera sventolano tagliando il cielo a spicchi.

La comunità tibetana fuggita dal regime cinese qui evidentemente ha trovato una buona accoglienza e ha goduto anche di aiuti dal governo, in effetti l’impressione è che ci sia più benessere; le campagne in favore del Tibet di alcune celebrità hollywoodiane hanno fatto il resto.

Ripartiamo verso casa, gli scarichi delle auto sono pazzeschi, li sentiamo nella gola.

Dopo la fine delle lezioni e i lavori quotidiani i ragazzi iniziano una partita di calcio, questa volta decido di non lasciarmela scappare e scendo in campo.

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Prima osservazione: togliti le scarpe sir altrimenti si rovinano! Purtroppo non posso proprio  accontentarli altrimenti addio piedi; dal punto di vista sportivo faccio subito pentire chi mi ha scelto perché regalo un gol agli avversari passando la palla all’attaccante degli altri … l’avevo confuso per un mio compagno!

Il gioco è (come sempre) importante per creare legami con i ragazzi, verrebbe da dire che se c’è un motivo per cui il calcio merita di esistere ancora sulla terra è proprio questo.

Quando ormai sono in evidente debito di ossigeno e madido sudore, arriva provvidenziale la fine del momento di ricreazione; con padre Vincent facciamo una passeggiata all’interno del paese di Lubhu.

Camminando per la strada si ha l’impressione di trovarsi in un centro più rurale, anche se ci sono vistose eccezioni come un internet point; dopo alcuni minuti ci spostiamo dal gruppo di case centrale e passiamo a trovare la famiglia di una nuova bambina che è stata inserita nelle adozioni a distanza. In una casa di due piani (quattro o cinque stanze) ci vivono quattro famiglie, come puoi studiare quando arrivi a casa?

Per tornare a casa passiamo sui muretti di terra che dividono le terrazze delle risaie, poi inizia il nostro compito della sera: gli spaghetti alla carbonara!

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Ottorino è stato grande, la pasta era cotta al punto giusto e anche il sugo era buono … per un europeo! Eccetto padre Vincent (che non magia solo le gambe del tavolo) per padre John, il cuoco Tirhoo e un insegnante la pietanza è risultata difficilissima da finire.

Di certo gli indiani preferiscono una speziatura forte e/o il piccante, credo che per loro sia stato come mangiare spaghetti alla marmellata di albicocche.

Dopo cena scendiamo in cortile, i ragazzi ci chiedono del viaggio dall’italia e dei luoghi visitati in Nepal (loro non hanno mai visto Pokhara), vogliono sapere come si dicono in italiano varie parole … dobbiamo togliere l’inglese dalla naftalina, però è divertente.

Dopo alcuni minuti arriva una sorpresa: l’insegnante che sta con loro giorno e notte li raduna davanti alla luce del portone di ingresso, intonano il canto alla Madonna di Lourdes in nepali, poi in fila per due camminando in senso antiorario cominciano a recitare una preghiera in nepalese che è inequivocabilmente il rosario.

Alla fine la fila si dirige in cappellina, lì padre Vincent da la buona notte salesiana. Non ci sono dubbi: è il sogno di don Bosco.

Dieci Luglio

Alle 10.30 partiamo per visitare il centro storico della capitale, la famosa Durbar Square. Durbar significa “palazzo” nel senso di palazzo reale; ce n’è una in ognuna delle tre cittadine che sono state capitali dei loro rispettivi regni: Baktapur (già vista), Patan e Kathmandu che poi prevalse sulle altre due.

Più o meno impieghiamo circa una mezz’ora in auto, questa volta ci siamo accordati preventivamente con padre Vincent per evitare che l’autista ci venga anche a prendere per il ritorno.

I templi sono a pochi passi, ma la prima sorpresa è che il centro storico è non è chiuso al traffico quindi dobbiamo prestare una certa attenzione a non farci investire da moto e taxi vari.

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Anche oggi siamo bersaglio di venditori di ogni tipo, gente che si propone come guida o che chiede l’elemosina. I gradoni dei templi raccattano turisti, qualche persona che dorme, cartacce, un paio di cani e, per finire, puzza di piscio. Difficile abituarsi.

Poco distante c’è la casa della Kumari, la dea bambina: con criteri simili a quelli della scelta del Dalai Lama (p.es. riconoscere oggetti appartenuti alla kumari precedente) una bambina viene acclamata come dea vivente.

La sua “carica” dura fino alla pubertà o al momento in cui dovesse subire una perdita di sangue, per esempio in seguito a un taglio. In passato la povera ex-Kumari non riusciva nemmeno più a trovare marito perché si riteneva che sposarla portasse pure sfortuna.

Il nostro giro continua e sbagliamo strada, ci riportiamo nel punto centrale e ci avviciniamo alla zona del palazzo reale; accanto c’è una statua veramente arrabbiatissima a cui la gente spalma dell’olio sul pancione e mette sulla bocca doni da mangiare.

Proprio lì Ottorino chiede ad una delle numerose guide presenti se conosce un certo Gambir, era stato la sua guida nel precedente viaggio in Nepal del 2000. Durante quel viaggio conobbe padre Vincent dopo una Messa domenicale e da lì cominciò tutto.

Morale della favola: dopo meno di mezz’ora ecco che compare il vecchio Gambir; nel frattempo si è sposato, ha una figlia, fa ancora la guida, ma ha aperto una fabbrica di pashmine. Ebbravo ragazzo!

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I nostri passi ci portano in giro un po’ a caso a dire il vero … però ci imbattiamo in un venditore di cartoline evidentemente nella sua giornata fortunata: abbiamo bisogno di circa centodieci cartoline! Alla fine ne prendiamo 95 perché ok prenderne doppie, ma anche le scorte del venditore hanno un limite!

Il giro allucinante continua, siamo immersi in un continuo frastuono di claxon, auto e moto, le strade si fanno sempre più strette; alla fine non ne possiamo più e torniamo indietro cercando da mangiare.

Ci fermiamo in Freak Street: sì freak nel senso di hyppie perché negli anni ’60-’70 questa via fu il quatrier generale di chi, sull’onda del viaggio in India dei Beatles, venne in oriente per ritrovare sé stesso … o almeno qualche pezzetto.

Prendiamo i momo per andare sul sicuro (un po’ pesanti a dire il vero) nel locale c’è la TV via satellite sintonizzata sul Real Madrid Channel a dimostrazione che veramente il mondo per certe cose è proprio piccolo.

Finiamo di comprare le cartoline rimanenti e prendiamo un taxi per Patan, paghiamo 200 Rs per la corsa, 2€ in tre; siamo arrivati all’ultima delle Durbar Square.

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Il tempo di scendere dal taxi e una persona si attacca a noi per farci da guida, poi è il turno di un suo amico, poi di due donne che vendono collane e bracciali, non si staccano da noi per tutto il tempo.

Alla fine anche Ottorino si inalbera, decidiamo di andarcene via però prima troviamo un fotografo super attrezzato che ci scarica le schede di memoria delle macchine su un CD.

Al momento di scegliere un taxi per tornare parte la gazzarra delle contrattazioni, uno chiede 400 Rs che rifiutiamo alla grande, un altro accetta per 200 Rs, ma non sa la strada … beh ormai la sappiamo noi.

Più usciamo dalla pancia di Kathmandu più troviamo pace.

Dopo il rosario padre Vincent ci racconta di un progetto voluto dal vescovo per stabilire una nuova missione a circa 100 km da Pokhara, cioè in un posto non raggiunto da strade asfaltate.

Qui la mia mentalità utilitaristica balza fuori, ormai non riesco nemmeno a concepire l’idea di un progetto poco performante … a cosa serve? Invece padre Vincent mi ricorda i missionari morti di malaria in India 100 anni fa; sono un po’ i suoi antenati, dalla loro vita è nata la sua fede, e ora la ruota deve girare su altre strade per mezzo di altre vite.

Undici Luglio

A sorpresa questa mattina partiamo con padre Vincent per vedere il tempio della dea Khalì, il viaggio richiede circa un’ora di strada.

Nel pahtheon hindu questa dea è tristemente famosa per essere assetata di sangue, in altre parole le persone si recano al suo tempio per fare sacrifici animali.

Padre Vincent … allora questa dea Khalì è cattiva e bisogna tenersela buona? Ebbene no, non è cattiva ma è arrabbiata contro il male.

Però a me la fontana di sangue che è spruzzata dal collo di un povero caprettino non è piaciuta per niente, qui le differenze sono proprio marcate …

Inizia a piovere fitto, anche se l’impressione è che l’acqua sia leggera; in realtà è davvero solo un’impressione e ci ritroviamo tutti bagnati.

Saliamo in macchina per tornare alla scuola e abbiamo la triste sorpresa del tergi cristallo non funzionante, siamo un po’ di inquieti, ma fortunatamente l’autista ha 25 diottrie e ci porta a destinazione.

Come al solito dormita pomeridiana poi, approfittando del bel tempo, partiamo per Swayambunath; so che è uno stupa buddista costruito in cima a una collina, promette bene.

Lungo la strada c’è traffico e code lunghissime ai distributori, la benzina arriva dall’India ma è razionata perché i pagamenti del governo nepalese sono … occasionali. Come conseguenza solo alcuni distributori a rotazione hanno disponibilità di carburante e si formano due incolonnamenti per dividere le moto dalle auto, solitamente è presente anche un militare a regolare l’accesso dei mezzi.

Saliamo fino sulla collina, anche qui come a Pashupatinath ci sono un sacco di scimmie che scorrazzano indisturbate; il clima è bello perché è pacifico.

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Visivamente non ci sono grandi differenze fra questo stupa e quello di Bodnath, il secondo è più recente, ma, in virtù della sua grandezza, più maestoso.

Dalla cima è possibile vedere tutta la città di Kathmandu e sostanzialmente quasi tutta la valle, gli studiosi sono abbastanza concordi nel ritenere che una volta tutto questo spazio fosse un enorme lago, le ipotesi diventano invece fantasiose nel momento in cui si tratta di spiegare come si sia svuotato dall’acqua.

Attorno allo stupa ci sono monaci abbastanza anziani e molti nepalesi, da un terrazzamento la gente guarda lo spettacolo della città sottostante, a me sembra che guardino il futuro.

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Tornati alla scuola cambiamo genere di pasta passando alle eliche al pomodoro, ma nonostante tutti i nostri sforzi per padre John mangiare la pasta è sempre una sofferenza immane!

Dodici Luglio

Questa mattina facciamo ciò che ogni occidentale non può evitare di fare: andare a Tamel, il quartiere dei negozi!

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Il viaggio richiede circa 50 minuti, arrivati all’imboccatura del quartiere troviamo cumuli di immondizia con relativa puzza ad attenderci. Solitamente ci si immagina di vedere i soliti contrasti fra la parte stra-carina riservata ai turisti e la periferia, in questo Kathmandu invece è molto coerente con se stessa … al di là dell’ironia in città non mancano luoghi di lusso o centri commerciali, ma è strano vedere il quartiere turistico con vie non asfaltate, crateri in mezzo alla strada e immondizie varie.

Fatte alcune decine di metri entriamo in un negozio di vestiti dal quale usciremo a fatica dopo più di mezz’ora. Facciamo un salto anche in un internet point (10 Rs per 10 min) perché vorremmo fare un dolce per i ragazzi interni e ci serve la ricetta del salame di cioccolato, oltre a essere buono ha anche il vantaggio di non aver bisogno della cottura in forno … che nella cucina della scuola manca per l’appunto!

Il nostro giro a piedi prosegue e raccattiamo un po’ di ricordini, poi troviamo un taxi per tornare, il problema è che il taxista non sa nemmeno arrivare a Patan … figurarsi alla scuola!

Questa volta invece di contrattare sul prezzo chiediamo che venga attivato il tassametro (eccheccavolo!), lungo il penoso viaggio verso Patan il nostro uomo ricorre all’aiuto da casa e in qualche modo ci porta se non alla meta, almeno a metà strada. Quando vediamo che il taxi cerca di entrare nella zona pedonale di Durbar square (limitata da catene e alcuni scalini!) ci decidiamo definitivamente a fermarci per cercare un altro mezzo.

Il lato positivo è che il viaggio costa 160 Rs, però il mariuolo sostiene di non avere il resto … dopo aver girato tre negozi per farci cambiare i soldi paghiamo il nostro debito e troviamo un altro taxi per finire il viaggio.

Nel pomeriggio con Otto prepariamo un’altra specialità culinaria (spezzatino di maiale) poi con mio sommo scoramento oggi non c’è nessuna partita bensì le prove di canto a Mary Ward per sabato, giorno in cui ci sarà la messa delle prime comunioni presieduta dal vescovo. La cosa è molto sentita perché il Nepal ha solo una diocesi, quindi il vescovo è anche la maggior autorità ecclesiastica dello stato, in più è il primo vescovo nepalese.

Lungo il breve tragitto a piedi verso la casa delle suore i ragazzi parlano volentieri e ci fanno un sacco di domande sull’Italia.

I risultati delle prove possono solo migliorare: una ragazza dotata di pianola cerca di insegnare un canto che quasi nessuno conosce e che lei sa suonare a stento … mettendoci pure il sottofondo di una batteria elettronica con i battiti fuori tempo!

Padre John prende in mano la situazione e le cose vanno meglio, alcuni canti sono messi in forse a seconda di come verranno recepiti nei prossimi giorni, anzi … domani!

Dopo cena i ragazzi sono tutti raccolti attorno al tavolo da ping pong, sembra facciano una specie di torneo in cui chi vince continua a giocare, solo non mi è tanto chiaro con quale criterio si perda … di certo la cosa più bella è vedere come questi trenta ragazzi stiano bene insieme, in una settimana non abbiamo mai visto litigi o battibecchi vistosi.

Tredici Luglio

Non essendoci nulla in programma facciamo una passeggiata oltre Lubhu, per gli abitanti del villaggio siamo la vera attrazione della mattinata … così diversi … e tutto sommato anche soli.

Dopo alcuni minuti si avvicina un ometto e inizia a parlarci in inglese chiedendoci le solite cose sul viaggio, su quanto restiamo, ecc.

Mannaggia alla diffidenza, non so bene come comportarmi perché temo secondi fini; arrivati ad un bar ci saluta. Era il proprietario di una specie di bed&breakfast.

Poco dopo si avvicina un ragazzo, ci chiede dove andiamo, ecc, ecc … sinceramente sono irrazionalmente poco tranquillo, ma anche lui ci abbandona una volta giunto alla sua destinazione; purtroppo mi rendo conto delle mie difficoltà nel mediare tra il sano buon senso e l’apertura mentale.

Dopo una ventina di minuti raggiungiamo il villaggio, la strada a tratti non è asfaltata e ci sono un sacco di animali, le case hanno i muri che sembrano ricoperti di fango.

Il ritorno è piuttosto afoso, a Lubhu ci fermiamo in un negozietto e compriamo due sari da usare come tovaglie.

Giunti a casa prepariamo il salame di cioccolato per domani, abbiamo trovato non proprio il cacao in polvere, ma quello per la colazione … vabbè metteremo meno zucchero.

Il risultato finale ci pare abbastanza buono e anche abbondante, scopriamo che il vescovo e alcuni responsabili della diocesi domani si fermeranno alla scuola per una riunione così oltre al salame faremo anche una pasta tanto per fare folklore.

Nel pomeriggio bissiamo le prove di canto, fortunatamente le cose vanno meglio del giorno precedente; scopriamo che oltre a tre ragazzini anche la sorella quindicenne di un ragazzo della scuola farà la comunione e per questo oggi riceverà  il battesimo.

Questi due fratelli sono stati abbandonati prima dal padre e poi dalla madre, nei pressi di Kathmandu abita una loro zia e attualmente entrambi sono interni alla don Bosco e alla Mary Ward. Il padrino e la madrina della ragazza sono una coppia cattolica del villaggio.

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E’ un momento bellissimo e profondo, non ho mai visto un battesimo coscientemente voluto dalla persona che lo riceve e si sente che nell’aria c’è grande felicità e comunione spirituale a partire dalle suore fino a noi umili spettatori.

All’uscita la ragazza distribuisce caramelle a tutti, le compagne di scuola cantano … incredibile!

Dopo cena i ragazzi si esibiscono ancora a ping pong e questa sera i più piccoli si dimostrano davvero tosti tirando delle legnate da bucare il tavolo!

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In serata scopriamo che domani ci sarà uno sciopero per dimostrare contro l’uccisione di un professore.

Quattordici Luglio

Ci svegliamo alle 6.15 perché la Messa è dalle suore, nella notte è piovuto, così dobbiamo fare attenzione alle pozzanghere nella strada.

Il vescovo è un tipo piccoletto e sorridente, mette subito simpatia; ci stipiamo tutti nella cappellina delle suore … iniziano le sorprese perché da un registratore sgangherato va e viene una musica tradizionale che accompagna l’entrata di un gruppo di ballerine vestite di bianco e rosso!

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La celebrazione va benissimo, Ottorino è incaricato delle foto sia durante la Messa che alla fine.

Dopo la messa arriva il momento più imbarazzante perché siamo invitati a fare colazione dalla suore assieme al vescovo, p. Vincent, p. John e un tipo tedesco che rappresenta un’organizzazione della Baviera che, fra le altre cose, ha pagato tutto il secondo piano della scuola.

Tornati a casa mettiamo su il sugo e tagliamo il salame di cioccolato; a causa dello sciopero le strade sono chiuse e il meeting scala alle 11.00

Arriva il momento del pranzo e per nostra fortuna il vescovo è un grande appassionato di pasta al tonno (lo dicevo io che era un tipo in gamba), gli altri personaggi invece appartengono alla setta di padre John e non provano nemmeno un assaggio: fischi per loro!

Mentre i boss finiscono il pranzo portiamo ai ragazzi il salame di cioccolato, li troviamo ancora intenti a finire pietanza che consiste in un’autentica montagna di riso; una volta spiegato per sommi capi che queste specie di dischi da hockey sono un dolce i piccoli studenti non si fanno pregare e accettano volentieri il bis.

Tornati al piano di sopra proponiamo il dolce anche ai boss, questa volta il consenso è largo addirittura un paio di persone ne portano a casa per i figli!

Nel pomeriggio p. Vincent ci porta in casa di suore che Ottorino vorrebbe conoscere su richiesta di una giornalista del MISNA.

La casa è in un vicolo minuscolo accanto a un club, ci sono solo due suore abbastanza giovani che si occupano di ex prostitute (anche bambine) e i loro figli; quando in India scoprono che le ragazze sono malate le rispediscono a casa … e a casa la famiglia non vuole più saperne.

Le religiose (di cui non mi ricordo l’ordine) hanno iniziato la loro attività nel ’96 quando è stata concessa una sorta di liberalizzazione religiosa del paese, oltre a questa ci sono altre tre case e una di queste è dedicata ai malati di HIV.

Durante questa decina di anni di attività non sono mancati i morti e per cremarli a Pashupatinath non di rado le sisters hanno dovuto spacciarsi per loro parenti. Che Dio vi benedica.

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Ritornati a scuola ci ritroviamo nel bel mezzo di una partita amichevole organizzata dalla squadra del paese, ci sono persino le linee laterali segnate e gli annessi guardalinee! Ahimè nessuna delle due squadre ha una specie di divisa, ognuno mette le sua maglietta preferita; lo spettacolo non è male anche se secondo me i ragazzi della scuola sono più bravi.

 Quindici Luglio

Mattinata al Davogari Garden, ossia il giardino botanico nazionale; appena entrati in macchina c’è una sorpresa: sui sedili posteriori assieme a noi c’è una bambina chiacchierina che scopriamo essere la figlia di Buddha (non quello illuminato, bensì il nostro autista). E’ impressionante come parli bene l’inglese, di fatto fa già da interprete per suo papà; sono i frutti dell’appartenenza alla sezione inglese della scuola per cui questa lingua non è vista come straniera, ma è già insegnata nelle classi inferiori.

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L’aggettivo reale (nel senso del re) è stato abolito ovunque, sui nostri biglietti di ingresso è stato cancellato alla buona con un pennarello nero; il parco è un po’ trascurato nelle serre alla fine potrebbe ricordare la nostra Burcina.

Uscendo incrociamo una scolaresca di bambini di 7/8 anni, anche in questo caso siamo una vera attrazione!

Poco distante dai giardini c’è un tempio a Shiva la cui caratteristica principale è di avere una sorgente d’acqua purissima, mi invitano anche a berla, ma non ho così tanta fede!

A proposito di acqua inizia a piovere così saliamo in macchina per tornare alla scuola, quel tergi cristallo disgraziato si pianta ancora, ma fortunatamente ci togliamo dalla pioggia piuttosto in fretta.

Il vero appuntamento clou della giornata è il pomeriggio a Techoo nell’oratorio di padre Benj, per raggiungerlo ci mettiamo circa mezz’ora; al cancello ci apre una guardia in uniforme! Ovviamente i furti e le effrazioni non sono merce rara, in effetti anche alla scuola ci sono dei guardiani al cancello, ma il fatto di vederli in abiti civili fa un’impressione diversa.

I bambini fanno i compiti in tre stanze del tutto simili ad aule scolastiche e sono seguiti da ragazze più grandi; tutto il complesso dell’oratorio è senza piani rialzati, guardando più in là c’è il classico montagnone di mattoni e una distesa di prato su cui possono starci tre o quattro campi da calcio.

Padre Benj ci dice che i ragazzi hanno preparato uno spettacolino per noi, ci sono due nuvole di bambini accalcate ai due lati di un corridoio coperto, al centro ci sono tre sedie per noi … mamma che imbarazzo, mi sembra di essere il Papa in Polinesia!

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A turno i bambini ci portano i fiori e una tipica sciarpina di benvenuto; lo spettacolo svaria dai balletti più moderni a quelli tradizionali, alla fine distribuiamo caramelle fra il delirio generale.

In tutta quell’area verde si costruirà una scuola professionale per circa 3000 allievi, p. Vincent ci spiega come controlla tutto: un ingegnere revisiona i costi delle ditte impegnate nella costruzione, i mattoni sono comprati direttamente nelle fabbriche anziché dalle ditte di cui sopra così da non farsi caricare costi aggiuntivi, lui poi si occupa di tutta la burocrazia possibile e inimmaginabile. Ribelli maoisti compresi … la pila di mattoni non va giù perché i maoisti sono venuti a battere cassa e ovviamente non si può dire di non avere soldi e nello stesso tempo costruire un edificio.

In un angolo del terreno c’è la casa dei salesiani, ora è carina, ma una volta era un pollaio e come tale è quasi senza fondamenta; ha sette stanze distribuite su tre piani.

Ceniamo qui e padre Benj ci ha preparato di tutto, al momento del ritorno p. John si ferma a dormire perché deve finire un testo per l’esame di domani.

Sedici Luglio

Penultimo giorno nostro e primo giorno di esami! Il sistema scolastico nepalese prevede che lungo il corso dell’anno ci siano periodi dedicati interamente alle verifiche per tutte le materie, viene comunque lasciata libertà nel deciderne la frequenza.

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Il salone del piano terra è interamente occupato dai banchi perciò la preghiera del mattino si svolge fuori, il colpo d’occhio di tutti i ragazzi in fila è notevole.

Dopo il “fischio d’inizio” partiamo per Tamel, anche oggi c’è tantissima immondizia … Kathmandu è così … quasi senza riguardo, frastuono, macchine e moto ovunque.

Copriamo ancora un paio di ricordini in feltro, poi torniamo; il tassametro corre più del taxi comunque torniamo a casa senza intoppi.

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Una volta giunti a scuola l’esame è finito, il parere medio è così così, gli esami della maggior parte degli studenti sono stati inglese e matematica. Le scene sono uguali alle nostre: gente che chiede i risultati, capannelli di studenti che confrontano le risposte, qualcuno gioisce e altri si disperano.

Il tempo è brutto così nel pomeriggio facciamo una pennichella e un sugo alle melanzane, alle 19.30 c’è la Messa, poi i ragazzi hanno preparato un momento di saluto per noi. Divisi in gruppi intonano due canti tradizionali, uno racconta una barzelletta divertentissima … e in nepalese, infine un altro canta da solista in inglese.

Al termine distribuiamo ad ognuno una maglietta, ma questa volta c’è meno imbarazzo rispetto a Techoo perché conosciamo tutti.

Dopo il rosario padre Vincent chiede prima ad Ottorino poi a me di dare il pensiero della buona notte … me la cavo violando palesemente i diritti d’autore: troppo facile citare don Bosco dicendo “La santità consiste nello stare molto allegri” è quello che abbiamo visto durante tutti questi giorni.

Povero cuore!

Diciassette Luglio

Come tanti ultimi giorni sbrighiamo la faccenda dei bagagli in 40 minuti e per il resto della giornata gironzoliamo qua e là, la mattina facciamo le ultime foto di rito e non (nel senso che fotografo un po’ di tutto).

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Poi arriva il momento della partenza nel tardo pomeriggio, salutiamo tutti e p. Vincent ci accompagna ancora dandoci le ultime dritte sui moduli da compilare per l’uscita dal paese: è stato davvero più che ospitale e disponibile con noi.

Dopo aver passato una sequenza di perquisizioni arriva il momento della partenza vera, le ruote si staccano da terra, torneremo dall’altra parte del mondo senza dimenticare i nostri fratelli.